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La cittadinanza: diritto o «fine»? Spunti dal passato

, di Francesco Nicoli, Pietro Perazzi

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Il dibattito

Recentemente il pubblico italiano, specialmente sui social network, si è nuovamente interessato alla questione dell’assegnazione della cittadinanza a chi – in un modo o nell’altro- è entrato a far parte di una comunità “nazionale” ad esempio vivendo o lavorando in un certo Paese. Sono stati riesumati termini quali lo Ius soli o lo Ius sanguinis, siamo stati nuovamente assaliti da ondate di pseudo-nazionalismi (illuminanti in questo senso slogan come “L’Italia agli Italiani!” o “Loro hanno subito l’immigrazione, ora vivono nelle riserve” con a seguire un ritratto di anonimo pellerossa delle Grandi Pianure) e campanilismi vari.

Il dibattito assume una rilevanza poi ancora maggiore in relazione allo scenario europeo: chi è il cittadino europeo, e in che forme dovrebbe poter partecipare alla vita politica? Esiste un popolo europeo? Dobbiamo andare verso una democrazia europea o verso un coordinamento di democrazie nazionali? Vorremmo quindi riflettere sulla natura stessa del concetto di cittadinanza, e soprattutto sui valori che “l’essere cittadino” comporta: non tanto per modificare lo status quo vigente in ciascun singolo Paese europeo, quanto per migliorare e perfezionare l’idea “comunitaria” europea di cittadinanza, tuttora in fieri. Soprattutto alla luce di potenziali accoglienze di Paesi la cui natura europea è controversa – la Turchia, ad esempio, il cui processo d’adesione alla UE è in corso e genera più di un disappunto.

A nostro avviso è doveroso chiedersi: la cittadinanza è un diritto che spetta a tutti, indipendentemente dai meriti, o è qualcosa (ovviamente a cui tutti possono aspirare) che il singolo deve conquistare e mantenere grazie al suo impegno, ai suoi sforzi e ai suoi sacrifici? O le due cose possono coesistere?

L’antichità

Se consideriamo i sistemi territoriali “complessi” dell’antichità (cioè quelli che più si avvicinano al potenziale sistema politico/economico/sociale Unione Europea senza avere al proprio interno una compagine culturalmente ed etnicamente omogenea), molto spesso il diritto di cittadinanza era ristretto a gruppi di persone che rispondevano a certi requisiti, non solo e non sempre sulla base di origine, luogo di nascita, cittadinanza dei genitori.

Esempi concreti, anche se piuttosto esasperati, da cui attingere alcune linee guida possono essere i criteri per l’assegnazione della cittadinanza nella Sparta e nell’Atene classiche, oppure, a parte, il sistema romano: a Sparta i cittadini che godevano di pieni diritti erano i soli membri del ceto degli Spartiati - detti anche homòioi, gli Uguali – (criterio sociale ed etnico), i quali però erano tenuti a corrispondere periodicamente al governo una certa cifra (criterio economico: potremmo paragonarla alle nostre tasse/contributi); in caso di mancata corrispondenza di questa cifra lo Spartiate e la sua famiglia passavano dall’essere parte della casta degli Uguali all’essere cittadini di “serie B”, alla stregua dei periòikoi, privi ovvero di qualsivoglia diritto di partecipazione alla vita politica di Sparta ma facenti comunque parte della comunità lacedemone (non erano quindi ancora al livello né stranieri, né schiavi). Spartiati e Perieci erano poi tenuti a prendere parte alle campagne militari di Sparta in qualità di opliti.

Come opliti combattevano anche i cittadini della democratica Atene: l’essere in grado di sostenere le spese della panoplia da oplita era criterio fondamentale per distinguere i cittadini che godevano di pieni diritti (e che potevano virtualmente accedere a tutte le cariche politiche) e gli altri strati sociali, ovvero teti, meteci, schiavi (criterio quindi economico/sociale). Inoltre i cittadini ateniesi erano tenuti a partecipare attivamente alla vita politica; il nostro «idiota» deriva dalla parola greca idiote, che designava (negativamente: questa accezione si è trasmessa anche al termine italiano) chi, pur godendo della cittadinanza, non prendeva parte attiva alla politica della città attica.

La Cittadinanza Romana

Nella Roma repubblicana l’essere cittadino rimase un privilegio riservato a relativamente pochi individui, ma tutti i diversi tipi “scalari” di cittadinanza risultarono molto più accessibili, grazie a criteri di assegnamento molto spesso puramente meritocratici; già nelle prime fasi, alle gentes più antiche originarie di Roma se ne affiancarono altre, come la gens Valeria (originaria, pare, della Sabina) provenienti da altre città appartenenti alla sfera (sempre più ampia) d’influenza dell’Urbe, e inseritesi in essa grazie alla presenza in loco di propri membri assurti a posizioni politiche o militari di rilievo (seguendo un percorso “formativo” che diventerà poi il canonico cursus honorum); l’aspetto incredibilmente innovativo di questo sistema è che Roma, prima ancora di diventare il centro politico nevralgico dell’intero bacino del Mediterraneo, era già da secoli il luogo che calamitava le élites, intellettuali e non solo, delle comunità venute a contatto con il suo modello politico e sociale; era lì che si dirigevano tutti i “cervelli in fuga” dell’Italia antica, dall’Appennino Tosco-Emiliano in giù, certi non tanto di rivestire un ruolo di rilievo assicurato nell’esercito o nell’amministrazione, quanto di avere la possibilità di ottenerlo concorrendo con gli autoctoni ad armi pressoché pari.

Purtroppo la situazione sembrò almeno parzialmente involversi a partire dall’inizio del II secolo a. C., quando Roma acquisì sempre più territori abitati da popolazioni ancora “barbare” (specie se confrontate con i ben più sofisticati abitanti degli ex domini ellenistici), per cui venne a crearsi una sorta di divario tra le possibilità di chi proveniva da “zone civilizzate” – come la Grecia – e chi da zone “meno civilizzate” – come le province spagnole – , che andò a sommarsi più tardi ad altri malumori (soprattutto dei socii, gli alleati storici di Roma sul suolo italico, e dei populares, la fazione dei meno abbienti – e di chi tra la nobiltà li sosteneva – all’interno di Roma); entrambi questi fattori portarono ad una sostanziale (anche se temporanea) chiusura dei ceti al potere dell’Urbe nei confronti degli aspiranti alla cittadinanza (o anche solo a maggiori diritti), i quali scesero addirittura in campo, andando incontro alla disfatta, per ottenere con le armi ciò che ritenevano spettasse loro di diritto (Bellum Sociale, I sec. a. C.).

E tuttavia, nonostante momenti “bui”, l’apertura di Roma nei confronti di chi, pur provenendo dalle province, fosse desideroso di mettersi in gioco sfruttando le proprie capacità e dimostrando il proprio valore, rimase pressoché invariata fino al 212-213 d. C., quando l’imperatore Caracalla estese la cittadinanza romana alla maggior parte degli abitanti dell’Impero romano; nel paragrafo precedente si è accennato al divario tra province civilizzate e non: due secoli dopo il Bellum Sociale, nel I sec. d. C., dalla Spagna ormai completamente romanizzata (culturalmente parlando) provennero persino degli imperatori, tra l’altro annoverati quasi unanimemente già dalle fonti antiche tra i migliori che l’Impero romano abbia mai avuto; lo stesso Caracalla, appartenente alla dinastia dei Severi, aveva origini africane e non italiche.

Per concludere l’analisi storica: laddove i criteri, ripeto, rigidi ed esasperati, adottati da Spartani e Ateniesi si rivelarono parzialmente fallimentari sul medio e lungo periodo, il modello meritocratico romano si dimostrò decisamente più efficace e alimentò per lungo tempo con continua “nuova linfa” la vitalità politica, culturale ed economica prima della Repubblica, poi dell’Impero, riuscendo ad amalgamare innumerevoli popolazioni differenti per lingua, costumi, cultura, credo religioso, nonostante ovvie opposizioni di carattere razzista e classista da parte dei ceti storicamente da sempre privilegiati (specialmente la vecchia nobiltà romana, la cui “fortezza” politica fu sempre il Senato), che, fatto degno di nota, solo sporadicamente riuscì a frenare (e mai fermare definitivamente) questa pulsione verso l’integrazione e la premiazione dei meriti del singolo, al di là della sua origine economica, sociale, culturale.

La lezione per l’Europa

Questa veloce carrellata del concetto di cittadinanza dell’antichità non è fine a se stessa e presenta enormi implicazioni per l’Europa contemporanea. Il Vecchio Continente, oggi, è senza dubbio un sistema territoriale e demografico complesso, i cui deboli legami identitari tra comunità hanno portato diversi teorici a presentare la famosa “no demos assumption”: in pratica, nessuna democrazia sovranazionale è possibile in Europa, non essendoci un demos di riferimento. Si può uscire da questo paradosso solo adottando un approccio legalistico: è la Costituzione che crea il demos, perché la Costituzione rappresenta le “regole del gioco” politico, il patto fondante di una comunità politica. Non c’è demos senza un atto costitutivo.

Questo però non è sufficiente. La lezione proveniente dalla classicità ci dice che non c’è equivalenza ex ante tra identità politica ed etnica, e cittadinanza. Nelle realtà territoriali complesse, la cittadinanza comune è un diritto che va attivato, che si conquista non per nascita, ma per attivo interesse nella gestione della cosa pubblica. In attesa di una reale Costituzione europea che fondi i legami di un demos comune l’unica Cittadinanza europea possibile è quella attiva: Cittadini europei lo si diventa, non lo si nasce.

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P.S.

L’articolo è inizialmente stato pubblicato sul Blog - Giovani Federalisti Europei

Fonte dell’immagine: Flickr.com

Tuoi commenti

  • su 23 luglio 2012 a 11:00, di Nicola Vallinoto In risposta a: La cittadinanza: diritto o «fine»? Spunti dal passato

    non sono d’accordo con la tesi degli autori di questo articolo e in particolare con l’assunzione che «è la Costituzione che crea il demos». Il «demos europeo», seppur fragile perchè senza istituzioni capaci di dar loro voce in modo appropriato (il Parlamento ha pochi poteri) esiste già. Ricordo che le manifestazioni del 15 febbraio 2003 sono state considerate come i primi passi del popolo europeo. A tal riguardo segnalo, tra gli altri, l’editoriale di Scalfari su Repubblica del 16 febbraio 2003. La stessa critica proviene da una certa sinistra che sostiene che non esiste un popolo europeo e quindi non è possibile una democrazia sovranazionale. Come Claus Offe sulle cui dichiarazioni avevo scritto qualche considerazione su PeaceLink: http://www.peacelink.it/europace/a/25541.html

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