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Beppe Grillo, un uomo confuso

, di Claudia Muttin

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  • Segretario Generale della Gioventù Federalista Europea, ex Redattore capo di Eurobull.it.

Quando passa in rassegna gli argomenti finali del suo monologo di fine anno e discorre sul futuro politico europeo Beppe Grillo sembra un uomo confuso. Impressione personale su di un politico che forse sarà confuso ma che certamente è già in campagna elettorale e che superata abilmente la trattazione del punto «sistema politico che ha esasperato l’elettorato» e del punto «sistema Paese che deve tornare a funzionare» si prende cinque minuti per dissertar d’Europa, sposando una strategia di alti e bassi, argomenti politici e risposte abbozzate, parole d’ordine e luoghi comuni che finisce con confondere abilmente spettatore ed elettore.

Essere confusi non è peccato, certo, ma voler confondere qualche volta lo è. Vale dunque forse la pena di passare in rassegna le perle lanciate dal Beppe nazionale per puntare a dipanare l’ingarbugliato filo del suo discorso, senza spirito polemico e per condividere qualche impressione con e-lettori di tutte le tendenze.

Sulla politica italiana. Cominciamo da quel «da lì (dall’Europa, ndr) cambieremo la politica italiana»: sano proposito visto che la politica nazionale non riesce più a dare risposte efficaci a problemi e sfide che non si fanno fermare da un confine nazionale.

Resta da chiarire se vogliamo utilizzare un Parlamento che rappresenta più di mezzo miliardo di cittadini solo per spostare in trasferta i panni sporchi o anche per fare l’interesse della società europea (e non ditemi che oggi non siamo tutti cittadini europei e che esiste la cittadinanza à la carte) in modo costruttivo e rivendicando in modo coraggioso maggiori diritti per tutti i cittadini e maggiori poteri per i loro rappresentanti.

Sulla sovranità. Il tema della creazione di un potere politico e democratico europeo ci porta tra l’altro direttamente al punto successivo: «Sovranità monetaria, alimentare, economica, finanziaria, su qualsiasi cosa».

Sorvoliamo sulla nota nostalgica di dubbio gusto sull’autarchia traballante del Ventennio. Sorvoliamo anche su quel «comma 7 del comma 8 vendono l’acqua a Roma, i servizi pubblici, le municipalizzate» e magari dissociamoci anche da quel «che i nostri padri hanno dato la vita per queste cose qua» (per lo meno non mi risulta che il mio di padre abbia ancora dato la vita per qualcosa e certamente non per le municipalizzate). Atterriamo invece a piè pari sul mitologico utilizzo del concetto di «riconquista della sovranità» e puntiamo a chiarire un concetto semplice: qui è Comico chi pensa che i piccoli staterelli europei possano essere individui sovrani in un mondo di giganti di dimensione continentale, non chi ritiene che la sovranità europea sia inefficace perché incompleta e che la sovranità stessa si possa riconquistare solamente ricostruendola con e per la comunità di destino europea.

Sul programma. Prosegue con un «andremo in Europa e riposizioneremo il nostro programma». Beppe, ci stai dicendo che le idee che il Movimento 5 Stelle porterà in Europa sono le stesse che usa in Italia? Davvero tutto ciò che interessa agli elettori italiani è risolvere i problemi italiani? Se fossi un portoghese, un greco o uno spagnolo sarei un po’ preoccupato e deluso dall’atteggiamento e poi, certo, voterei i candidati del mio Grillo nazionale, per mandarli a scontrarsi con gli altri parlamentari a Bruxelles.

Questo sì che fa tanto «senso della nuova Politica»; questo sì che potrebbe contrastare il ritorno alle ottiche egoistiche e nazionalistiche che tanto bene hanno fatto al nostro Continente nella prima metà del ‘900 (vale la pena di ricordare ai più che nel 2014 saranno trascorsi cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale).

Sul metodo. Forse la risposta sta tutta in quel «Un’Europa che non ci piace così... andremo a vedere cosa si deve cambiare». Diciamolo, quello dell’«Europa che non ci piace» è un argomento che piace. Cavallo di battaglia degli anti-europa, già usato da Lega e varie destre, ben sintetizza la scelta di dedicarsi alla pars destruens. Niente construens? Prendiamo posizione, non si tratta solamente di attitudini e scelte retoriche, si tratta di schieramenti: c’è chi si schiera dal lato dei distruttori e chi da quello dei costruttori, e io da un politico mi aspetto qualche proposta sul costruire, non che si faccia eleggere con la promessa di andare a «vedere quel che succede a Bruxelles».

Come vanno ri-strutturati i poteri a livello europeo? Quali competenze dovrà avere ogni istituzione? Come vanno sciolti i nodi della rappresentanza dei cittadini in Europa e dell’Europa nel mondo? Chi vuole cambiare l’Europa a colpi di politica deve avere un progetto di grande respiro e non solo delle intenzioni.

Sul rigore e lo sviluppo. Interessante il riferimento al Fiscal Compact: è vero, la scelta dei governi (seppur eletti e dunque legittimati) di uscire dal sentiero legislativo europeo per approvarlo in sede intergovernativa è discutibile, ma lo scandalo - in un panorama di economie integrate e interdipendenti - sta davvero nell’avere un sistema di regole di controllo dell’indebitamento pubblico per garantire la sostenibilità del sistema o nella mancanza di una politica fiscale europea che possa fondarsi su un bilancio di dimensioni adeguate che lasci «agli stati il rigore» e dia «all’Europa lo sviluppo»?

Guardiamo oltre: perché non criticare l’incompletezza del Fiscal Compact e al contempo lavorare al lancio di un New Deal europeo, battendosi per l’affermazione del buon vecchio «no taxation without representation» a livello sovranazionale?

Sulla piccola impresa italiana in Europa. Il principio ci porta direttamente al commento della proposta sul sollevamento delle sorti della piccola impresa italiana. Parafrasando (se ho ben inteso e sorvolando su quei riferimenti a «defiscalizzazione del lavoro e IRAP», istanze interessanti ma fuori contesto, finite lì ad alimentare l’immagine di un uomo confuso): diamo i soldi che vanno all’Europa alle imprese italiane perché possano rimanere in Italia e non andare a produrre in Romania. Ma non sarà un po’ macchinoso? Basteranno per tutti? E per quanto tempo? Pesci (magari magri) al posto delle canne da pesca? Perché non battersi per regole uguali per tutti in Europa - con ben presente che processi come la globalizzazione non si combattono ma si gestiscono - così che alle imprese smetta di convenire produrre all’estero sulle spalle di squilibri giuridici e sociali?

No, sembra più facile dedicarsi all’approccio «noi vi diamo, allora vogliamo», che non solo prescinde totalmente dalla consapevolezza che in un Continente unito nel segno della pace da più di sessant’anni e ricco di legami culturali, sociali e umani conquistati con passione e volontà, il «noi» e il «voi» sono la stessa cosa, ma riduce anche il progetto europeo ad una bilancia di dare e avere. Sarà una questione di gusti, ma la pace, i diritti, la protezione del nostro modello sociale e l’obiettivo di aumentare la qualità della vita di tutti i cittadini europei, pesano troppo perché qualche interesse - qualche «dare» o «avere» - vi possa competere.

Sull’Europa pellegrina. Sulla prospettiva post elezioni europee torna il Beppe confuso: «Dobbiamo vincere le elezioni europee e allora dovranno parlare con noi, con la Francia, con la Spagna,la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo... Noi dovremmo sentirci fratelli con questa che è un’Europa pellegrina, dimenticata». Quindi il partito che sul territorio italiano otterrà la maggior percentuale di voti poi parlerà con interi Stati? E io che pensavo che le elezioni europee servissero ad eleggere rappresentanti del popolo europeo in Europa. A diventare gli europei pellegrini si fa presto cominciando così.

E poi, forse vedremo «l’Europa a due velocità», ma voglio sperare che non divideremo gli Stati e i cittadini in base alla collocazione geografica (nord-sud) o alle risorse e al tasso di crescita (ricchi-poveri), ma in base alla loro volontà di proseguire uniti e risoluti sul sentiero dell’integrazione per creare un’Europa politica, democratica, sempre meno fragile e imperfetta.

Sull’Euro. Ultima nota sulla conclusione «usciremo dall’Euro se sarà necessario». Sarebbe interessante che qualcuno che come Beppe sul tema «ci aveva visto lungo» e si era pronunciato ancor prima di Stiglitz e Krugman ci illustrasse le conseguenze di breve e lungo periodo che un sistema economico subisce con l’uscita da un’unione monetaria in termini di costi delle materie prime, delle risorse energetiche, della credibilità del debito pubblico, dell’attrattività per i capitali esteri, della forza del potere contrattuale della neo-ri-nata moneta nazionale.

A me le mille lire con la Montessori piacevano un sacco, ma penso che l’appagamento della nostalgia non valga - e non renda «necessario» far sperimentare a più di sessanta milioni di cittadini - i costi della non Europa.

E quindi? Alla fine del discorso, mentre tentavo di immaginare cosa ci fosse scritto sugli appunti del leader, ho avuto soprattutto l’impressione di trovarmi davanti ad un cittadino deluso che vede i problemi davanti ai propri occhi - e tra alti e bassi dedica alla dimensione Europea quasi un terzo del proprio discorso - ma non riesce ad immaginare e sognare soluzioni e orizzonti che vadano oltre al proprio naso (e magari a quello del proprio elettorato).

Così è cominciato l’anno nuovo, un anno elettorale ed europeo in cui potremmo entrare con il piede giusto. A patto di non essere così confusi - e volenterosi di utilizzarlo per calpestare qualcosa - da non capire in che direzione muoverlo.

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P.S.

Fonte immagine Commons Wikimedia

Tuoi commenti

  • su 3 gennaio a 00:54, di Francesco Franco In risposta a: Beppe Grillo, un uomo confuso

    grossi_03

    15 dicembre 2013 alle 12:13

    Vorrei ricordare qui l`opinione molto acuta di Ballerin espressa in altro articolo pubblicato su Eurobull, se ricordo bene, secondo cui il generico Europeismo politicamente corretto ed eccumenico é finito.

    Le elezioni del 2014 chiederanno finalmente ai cittadini di prendere coscienza che il paese del Bengodi vagamente promesso da alcuni figure comiche non esiste e che invece l`elezione serve questa volta ai cittadini per esprimersi su dei modelli di istituzioni europee più o meno federali. Più o meno orientate verso lo sviluppo, la crescita economica, la creazione di un nuovo sistema monetario internazionale che abbia come moneta di riferimento lo yuan o un paniere di monete piuttosto che l`inflazione da QE, la stabilità e la sobrietà.

    Personalmente non credo, come anche altri hanno previsto che i partiti euroscettisci riescano ad eleggere nel PE più di una sparuta pattuglia di MEP (dal 5% al 15% secondo le proiezioni più accreditate).

    Tuttavia mi pare che il commento più appropriato in relazione alle considerazioni sulla sovranità nazionale sia quello pubblicato a firma Grossi in un blog de l` Espresso:

    «"Ricordo una intervista all’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi che, al momento della firma del trattato di Maastricht, si sentì apostrofare dal suo omologo inglese che gli disse:” ti rendi conto che da oggi non potrai più stabilire il tasso di sconto della moneta italiana?”

    - Ciampi rispose:

    ”fino ad oggi quando la Bundesbank cambiava il tasso di sconto, dopo 30 minuti ero costretto a cambiarlo anche alla lira; da oggi in poi mi siedo allo stesso tavolo con gli altri governatori e insieme decidiamo, in condizioni di parità, come modificare il tasso di sconto dell’Euro, ho quindi acquistato la sovranità che prima non avevo”.

    Che ciò sia poi realmente avvenuto lo dimostrano alcune recenti decisioni della BCE prese con il voto contrario del governatore della Bundesbank !»

    Sull`uscita dall`euro forse potrebbe essere interessante riferirsi agli esiti economici di chi la lira ancora la conserva (mi riferisco alla lira turca).

  • su 5 gennaio a 12:34, di Simone Fissolo In risposta a: Beppe Grillo, un uomo confuso

    Condivido appieno le riflessioni dell’autore e mi sorpresi nel vedere la confusione trapelare in un leader, che seppur non rappresenta nessuno costituzionalmente parlando, lo fa certo secondo altri metodi che riescono a riempire cuori e menti degli ascoltatori. Mi preoccupo perché, al contrario di quanto scrive nel commento Francesco Franco, le prossime elezioni europee saranno molto interessanti per lo scontro previsto da Spinelli e ancora poco in luce tra progressisti e conservatori. Grillo è un conservatore e questo è quello che deve esser chiaro a chi lo vota. Al contrario il progresso, che non ostacola la conservazione delle buone maniere professionali e la qualità del territorio, garantisce che la nostra piccola specialità italiana continui ad esistere in un mondo che avanza inesorabilmente verso un omologazione di carattere anglo-americano prima e germanico poi. L’Europa è sempre stata la luce di pochi eletti ed ora ha forse il compito di diventare la speranza dei molti. Solo così il progetto di integrazione avrà successo e non sarà certo la pressione di una parte della società civile a convincere i partiti anti-europeisti della bontà di più Europa, ma solo la vittoria ad uno scontro elettorale in cui il popolo è chiamato a credere in questo progetto. Il referendum costituzionale fallì, il referendum sull’Euro in Italia, oggi, fallirebbe, siamo ancora convinti che un approccio elittario alla politica visionaria sia il successo per l’Europa tutta oppure quella scesa in piazza dei cittadini ucraini ci ha fatto battere il cuore?

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