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Eppure è così semplice

, di Simone Vannuccini

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  • Redattore capo di Eurobull.it, è ricercatore di Economia dell’Innovazione alla Friedrich Schiller University, Jena, Germania.

Non c’è dubbio, siamo immersi nella complessità. Viviamo nel bel mezzo di trasformazioni tecnologiche impressionanti, di quella disarticolazione e riconfigurazione dispersa e reticolare dei sistemi produttivi che chiamiamo Globalizzazione; vediamo davanti a noi la moltiplicazione delle possibili fonti di instabilità politica internazionale (dal “Rise of the Rest” – le potenze regionali emergenti – alla crescente importanza degli attori transnazionali) e lo sfilacciarsi della cultura – che diventa decostruita, post-moderna – e della società (“liquida”, appunto) in un flusso di incertezza e instabilità. Tante variabili, tutte da tenere in considerazione per chi cerca di interpretare e capire il mondo e al contempo un bel problema per le nostre (fisicamente) limitate capacità cognitive.

Eppure, nei “tempi interessanti” della complessità, qualcosa resta semplice. Mi riferisco alle coordinate intellettuali, alle categorie interpretative e agli obiettivi politici necessari per dare una lettura intelligente del processo di integrazione europeo. Antieuropeisti, anti-Euro, nazionalisti, crociati della conservazione della prima e dell’ultima ora hanno abbracciato un’interpretazione complessa della realtà europea, così complessa da favorire la contaminazione di visioni parziali, male informate e tecnicamente over-specializzate con ingredienti presi talvolta a prestito da teorie poco fondate, complotti e cospirazioni. La complessità è il paradigma teorico del nostro tempo, ma troppa complessità può far girare la testa. Per quanto riguarda l’Europa, in realtà, è tutto molto semplice: l’Europa o sarà politica (federale), o non sarà affatto.

Per capire quanto sia semplice il senso del progetto europeo, serve in primo luogo un salto nel passato. Accumulare tabelle Excel piene di serie storiche di tassi d’interesse, tassi di cambio, quote salari, debito pubblico, variabili reali e nominali, in valori assoluti e relativi, come spesso fanno gli attenti scolari del no-eurismo, non spiega in effetti una determinate profonda del processo di integrazione: l’Unità europea è un progetto politico, non economico. Semplice. Dietro al sogno europeo non c’è alcun impero, piano malefico, scaltro banchiere o governo dalle tendenze egemonizzanti. A spingere i Paesi europei sui binari dell’integrazione e delle cessioni di sovranità è stata una guerra – anzi due – di portata mondiale. È stato il rigetto del fascismo e del nazismo, la profonda partigianeria (nel senso di odio per l’indifferenza e per la violenta volontà di dominio dei fascismi) della Resistenza e la consapevolezza che la Pace – quella Perpetua – si garantisce rendendo il conflitto impossibile. E i conflitti si rendono impossibili in un solo modo: sottraendo il monopolio della violenza dalle mani degli stati nazionali, creando istituzioni e poteri sovranazionali. E non è intellettualmente onesto dire che tale questione appartiene ormai al passato, o che il federalismo europeo è un relitto del dopoguerra. Così come la stupidità è una costante della natura umana, allo stesso modo la politica possiede tratti persistenti e universali: il conflitto e l’interazione fra gli interessi di gruppi con diversi numeri e diversa rilevanza, ricchezza, potere contrattuale e influenza si presentano in tutte le occasioni in cui gli uomini vivono e operano in società. La società cambia, i problemi restano. Semplice. Meno semplice è trovare delle soluzioni, soprattutto se chi avrebbe la capacità di farlo ha mancanza di veduta e prospettiva.

La mancanza di prospettiva può essere una delle cause più acute della complessa circumnavigazione dei semplici argomenti a favore dell’Europa. Se piove in una casa in costruzione a cui manca il tetto, nessuno di solito dà la colpa alle fondamenta, ai mattoni, o al pavimento. Il problema è il tetto, semplice. Lo stesso vale per la costruzione europea: burocrazia, inefficienze (vere o presunte che siano), squilibri di potere, decisioni affrettate o troppo lente, lontananza dai cittadini – in breve, tutte le critiche cui di solito è sottoposta l’Unione, critiche che a loro volta diventano le false priorità d’azione dei blandi europeisti che guardano il dito e non la luna – sono effetti, non cause. Sono sintomi, non la malattia. All’Europa manca il tetto, la democrazia. E con democrazia intendo un Parlamento che legiferi davvero, un governo federale, e magari anche la capacità di gestire quei poteri che di solito hanno a disposizione quelle aree del mondo che nel mondo contano qualcosa: politica economica sovranazionale, difesa e politica estera uniche e non soltanto “comuni”.

Se la metafora del tetto è troppo semplice, immaginiamo il processo di integrazione come un ponte, di quelli sospesi sopra una vallata (rappresentativa di un generico baratro, sia questo economico o politico). Come nelle migliori tradizioni, giunti a metà del percorso il ponte inizia a ondeggiare e scricchiolare pericolosamente. La metafora funziona, l’Europa scricchiola anche perché vittima dei propri successi. Chto Delat? Che fare dunque, direbbe Lenin? Indietreggiare e perdere le conquiste di sessant’anni di integrazione, i sogni di generazioni, la libertà di muoversi liberamente, i diritti più avanzati, le opportunità condivise da seicento milioni di persone, un’unica moneta capace di diventare un’alternativa reale al dollaro ed un simbolo per tutto il mondo, il patrimonio morale e civile delle lotte di coloro che l’Europa unita l’hanno immaginata perché confinati su un’isola a respirare ogni giorno il marcio del nazionalismo? Oppure andare avanti, raggiungere la meta degli Stati Uniti d’Europa e dimostrare che la politica è un’alta forma – se non la più alta – di attività umana, ancora degna di rispetto da parte dei cittadini?

A me pare tutto molto semplice. Mi sembra che chi chiede il ritorno alla lira faccia calcoli e regressioni econometriche alla rinfusa, senza considerare la portata politica delle scelte fatte e da fare, senza prendere in considerazione aspettative e aspirazioni di cittadini europei e Paesi extraeuropei. Mi pare che non consideri né chi potrebbe patire gli effetti di un regresso venduto come innovazione, né le grandi traiettorie su cui si muove il mondo e che l’Europa non può abbandonare irresponsabilmente. Mi pare che a fianco delle considerazioni sull’ottimalità delle aree valutarie siano necessarie analisi sull’ottimalità politica dell’integrazione e sui vantaggi della redistribuzione e della solidarietà a livello comunitario. Per essere chiari: la critica non è ad alcun metodo di analisi e ricerca, né alla reale o presunta scientificità di alcuni metodi. Il metodo non è mai tanto fondamentale quanto l’intelligenza di chi lo usa, e nel dibattito pro e contro l’Europa l’intelligenza è un bene scarso, un caso di fallimento di mercato a cui purtroppo non si può porre rimedio facilmente.

Non sono così convinto che ci sia una tendenza di fondo della Storia, ma senza dubbio tornare al passato in Europa è antistorico. La strenua difesa del mondo che fu da parte di chi vi ricorda gioventù, amori e passioni è forse comprensibile, e spesso commovente; la vanità di voler distruggere il più grande esperimento di integrazione pacifica nella breve storia conflittuale del genere umano da parte di chi la vita ce l’ha ancora davanti a sé è inaccettabile.

Che la strada da prendere sia quella che porta alla fine del ponte sospeso è così semplice che anche coloro che un tempo difendevano lo status quo hanno iniziato a chiedere più Europa. Da parte di economisti e scienziati politici, giornalisti e giuristi, gli appelli per una spinta in grado di far uscire il Vecchio continente dal disastro sociale in cui si sta gettando si moltiplicano giorno dopo giorno. Ormai il dibattito pubblico è un campo di battaglia fra distruttori e creatori, ma i termini del conflitto devono essere chiari, perché la posta in gioco è il futuro della Società europea. Così come in biologia, per paura che i fautori del “disegno intelligente” snaturino, distorcano e utilizzino a loro vantaggio ogni disaccordo che emerge nella comunità scientifica, la teoria evoluzionista rischia spesso di rendersi impermeabile alle critiche, così l’atteggiamento rapace dei distruttori dell’Europa riduce e limita ogni possibilità di dibattito, anche critico, sull’Unione, a svantaggio dei cittadini e della tanto osannata informazione libera. È semplice: gli anti-Europa sono gli anti-darwiniani della politica.

Gli anti-Europa rientrano perfettamente nella descrizione che – in un altro contesto – gli economisti eterodossi danno del c.d. mainstream: una corazzata dalla grande potenza di fuoco, ma con tutti i cannoni puntati nella direzione sbagliata. Per mirare nel verso giusto bisogna ricordare che quello europeo è un progetto politico e non economico e che non è una cospirazione elaborata ex novo a tavolino, ma il risultato di un lungo cammino e il tentativo di evitare errori sperimentati ormai molte volte nel passato. Dal nazionalismo e dall’irrilevanza siamo già passati – non riusciamo ancora a capirlo? Eppure è così semplice.

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1. Articolo pubblicato originariamente su Euroscopio

2. Fonte immagine Flickr

Tuoi commenti

  • su 5 giugno 2014 a 18:35, di Francesco Franco In risposta a: Eppure è così semplice

    Parti 1. Pour bien comprendre les enjeux et donner la bonne réponse il faut rappler les raisons qui ont conduit en origines à l’institution d`une Union européenne et donc quels sont les buts auxquels elle doit répondre.

    Ces buts n`étaient pas économiques, mais surtout politiques soit :

    Servir à la politique étrangère des États-Unis (qui avaient gagné la IIe guerre mondiale) dans leur confrontation froide avec l`URSS : Les États-Unis avaient besoin à cette époque que la péninsule européenne[1] s`exprime dans les relations internationales en délaissant l`ancien système de l’ équilibre de puissance (qui avait donné lieu a plusieurs conflits civils entre les Etat de la Pénisule européenne), mais a une organisation de ces relations qui puisse assurer la paix (et aussi – mais en deuxième ressort - le développement et la reconstruction des économies des états qui, en effet, avaient perdu la Deuxième Guerre mondiale, dans lesquels il faut y insérer pas seulement l’Allemagne, mais aussi la France et le Royaume-Uni). Il ne faut pas oublier que les aides du Plan Marchall étaient conditionnés à mise en route d`une forte coopération entre les Etats européens[2]) ; Associer à ce processus les plus d`États possible : c`est la raison pour laquelle aux groupes des États visés par le « pacte de Bruxelles » (1948) : (Royaume-Uni, France, Belgique, Pays-Bas, Luxembourg) le processus continua en y associant l`Allemagne et l`Italie (ce qui avait aussi l`avantage de souder l’ État italien qui à cette époque était en équilibre instable entre gauche communiste et droite philoatlantique au deuxième champ).

  • su 5 giugno 2014 a 18:42, di Francesco Franco In risposta a: Eppure è così semplice

    partie II

    En bref, l`organisation internationale des États européens avait pour objectif d`apporter une contribution à la solution aux problèmes de politique de la défense, de la politique étrangère et aussi de la politique économique que chaque État européen individuellement ne pouvaient plus affronter : en effet à partir de 1945, le vieux conflit entre Allemagne et France, avait été remplacé par un conflit global entre USA et URSS avec les États européens en position de satellites des États-Unis. Les puissances européennes n`étaient plus en position de pouvoir assumer des initiatives stratégiques en de hors de lignes fixées par les deux grands puissances[4]. Cependant, par rapport à la structure rigidement confédérale de l`OEDE et du Conseil de l’ Europe, l`organisation internationale qui encadrait les rapports internationaux des États européens présentait des éléments fédéraux par exemple : 1) La Commission avec son rôle indépendant des gouvernements, 2) l`efficacité directe des actes normatifs (les lois européennes, pudiquement appelées règlements ; 3) la règle du vote à la majorité qualifiée du Conseil, 4) l`institution d’une Cour de Justice chargée de l`interprétation préjudicielle unique du droit européen. Par contre cette organisation ne prévoyait pas des normes en matière de paiements internationaux (car à l’époque il existait un système de change basé sur la convertibilité du dollar en or et le fonds monétaire international) et de circulations de capitaux. Seulement les paiements étaient libéralisés, mais dans la mesure nécessaire à assurer la libre circulation des travailleurs, des marchandises et des services.

    Cette fédération embryonnaire mettait aussi en pratique les idées très rationalistes exprimées par Kant dans ses ouvrages. Ce qui permettait d’ expérimenter leur efficacité dans le monde de tous le jour.

    Ces objectifs qui n`étaient principalement économiques, à four et à mesure, ont évolué, au jour le jour, en suivant les circonstances politiques.

  • su 5 giugno 2014 a 19:18, di Francesco Franco In risposta a: Eppure è così semplice

    Parte III

    En 1972 la crise du système monétaire international de Bretton Woods et du gold dollar standard rends nécessaire pour préserver les systèmes des échanges intraeuropéens de doter la péninsule de pouvoirs et compétences en matière économique.

    En 1989 l’ effondrement de l’ URSS conduit d`un côté à la réunification de l’ Allemagne et d’ une autre coté à la création d’une monnaie européenne unique (ceci dans le cadre d’ un échange : la réunification de l`Allemagne contre adoptions du mark allemand pour monnaie[5] unique[6]). Les Allemands échangeront leurs marks 1 à 1 contre l`Euro.

    La guerre froide avec l’effondrement de l’ URSS rend l`objectif initial dépassé, mais de nouveaux problèmes se posent. Après la crise financière globale qui a gravement touché les États-Unis, peut encore le dollar qui de suroît n`est plus convertible en or - continuer à jouer le rôle de devise de référence ?

    Sur le plan économique et monétaire[7], « (alors que c’était vraiment le cas en 1945) » seulement pour le dollar « il y a désormais plusieurs joueurs importants», comme « la nature de la devise internationale de référence définit le jeu. Si c`est la monnaie d`un seul alors il y a Le Joueur et les autres sont secondaires. Si c’ est un panier de devises, alors il y a LES Joueurs (ceux dont la monnaie compose le panier de devises) et il y a les autres. »[8]

    Ce sera la Péninsule européenne qui pourra jouer le jeu dans le monde d’après la crise financière, pas les Etats européennes. Que pourrait la France ou l`Italie avec 65 millions d’habitants chacun par rapport à des États de 300 à 1.500 millions d’habitants ?

    Cela ne veut pas dire que les intérêts des tous les États membres ne doit pas être pris en considération lors de la prise des décisions. L`organisation internationale des Etats européens se devra d’être de type inclusif, pluraliste et de respecter l’Etat de droit pour que les bénéfices de l’économie soient repartis entre toutes ses élites et pas seulement entre certaines[9]

  • su 5 giugno 2014 a 19:20, di Francesco Franco In risposta a: Eppure è così semplice

    Note

    [1] Ludwig Dehio, Gleichgewicht order Hegemonie, Krefelde, 1948, Sherpe.

    [2] Segio Pistone, L’integrazione europea, uno schizzo storico, Torino, 1999, Utet, p. 24 [3] il ne faut pas oublier que dans un premier temps ont reprochait au Marché commun d`être un marché vide dans lequel seulement se promenaient d`un État à l`autre des entreprises américaines : les seules à même d`un profiter.

    [4]voir aussi, Guido Piovene, L`Europa semilibera, 1973, Mondadori, où il rappelle que la mise de la guerre froide c`était la péninsule européenne elle-même (ibidem p. 355).

    [5] Gianni De Michelis (ancien ministre italien des Affaires étrangères), La lunga ombra di Yalta, 2003, Venezia, Marsilio p. 101

    [6] Voir : 1992 Traité de Maastricht, et 2001 introduction de l’Euro

    [7] Fareed Zakaria, Le monde post-américan 2011, Paris, Perrin, p. 13

    [8] Ibidem, p. 23

    [9] Darou Acemoglu et James Robinson, Perché le nazioni falliscono, 2012, Milano, Il saggiatore, p. 456

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