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Un governo europeo per lo sviluppo

, di Antonio Longo

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Nel dicembre del 1917, subito dopo la rivoluzione d’ottobre, Lenin si rivolse con un breve scritto ai popoli dell’Occidente stremati dalla guerra. Non disse “Rivoluzione in Occidente, subito!” né “Per un’altra Europa” o proclami del genere, bensì: “Due questioni sono balzate attualmente in primo piano fra tutte le altre questioni politiche: la questione del pane e quella della pace" [1]. Pur lasciando sullo sfondo la questione della rivoluzione socialista, pose in primo piano la questione del “pane e della pace”, una parola d’ordine apparentemente minimalista. In realtà la sola che interpretava in quel momento la voglia di porre termine ai massacri tra i popoli e quella di uscire dalla miseria in cui era precipitata l’Europa (e che, tra l’altro, avrebbe consentito anche il consolidamento della rivoluzione sul fronte interno).

Mutatis mutandis, se noi volessimo oggi tradurre quella parola d’ordine di quasi un secolo fa nell’attualità di una crisi europea che si trascina da diversi anni e che rischia, con il crescere dell’antieuropeismo, di mettere in discussione lo stesso processo di unificazione europea (e quindi la pace e il benessere economico che ne è conseguito), quale parola d’ordine dovremmo utilizzare?

Oggi in Europa non c’è una guerra militare, la creazione di istituzioni comuni (Unione europea) ha impedito che ciò avvenisse, anche se sappiamo che, oltre i confini dell’Unione, la guerra è ancora possibile.

Ma c’è da diversi anni una fortissima crisi economica e sociale che alimenta una divisione economica e sociale nell’Unione (e ancor più nella stessa Eurozona), sentimenti di ostilità tra popoli del Nord e del Sud dell’Europa, tra chi si considera ‘virtuoso’ e chi viene ritenuto ‘spendaccione’. E che crea l’illusione di una riconquista della sovranità monetaria quale mezzo per rilanciare la crescita su base inflazionistica. E che per tal via alimenta l’idea fallace di una democrazia che, per essere veramente tale, dovrebbe arrestarsi ai confini nazionali (quale illusorio riparo dall’arbitrio della finanza internazionale). E che, infine, alimenta una volontà di separatismo all’interno degli stessi Stati-nazione, da parte delle regioni che pensano di poter salvaguardare il proprio benessere economico trasformandosi in “stato indipendente”!

Questa pseudo-guerra sta dividendo l’Europa, esponendola al rischio del ritorno di ciò che Altiero Spinelli chiamava le “vecchie aporie del passato”: il nazionalismo, il fascismo, la guerra.

Alimentato dalla crisi economico-sociale che questa Unione – diretta dai governi nazionali – non è in grado di affrontare, c’è anche progressivo impoverimento di larghi strati sociali della popolazione europea, non solo nei Paesi mediterranei. Secondo Eurostat, 120 milioni di Europei sono a rischio di povertà o di esclusione sociale; 50 milioni di Europei vivono in famiglie che sperimentano la disoccupazione; 40 milioni di Europei vivono in dure condizioni (non riescono a pagare i debiti o sono senza riscaldamento).

L’Europa ha dunque bisogno di superare rapidamente questo doppio rischio potenziale: il ritorno della guerra e della miseria. C’è bisogno, dunque, ancora una volta, della “pace e del pane”.

A cosa corrisponde oggi il bisogno di consolidare la pace tra gli Europei? Non ci possono essere dubbi sulla risposta: solo un “governo comune” è la massima garanzia della pace tra gli Europei. Un governo europeo, frutto del voto dei cittadini, quindi democratico in quanto responsabile davanti al Parlamento europeo. Questo è ciò che manca per giungere all’unità politica, a garanzia della irreversibilità della pace finora conseguita con il processo di costruzione europea.

E a cosa corrisponde oggi il bisogno del “pane”, cioè ciò che può evitare una degenerazione della crisi che sfoci in un declino economico inarrestabile, che emargini l’Europa in un Mondo che si sviluppa lungo altre direzioni? Anche in tal caso la risposta è immediata: una grande Piano europeo di sviluppo, gestito dalle Istituzioni europee, con risorse proprie. Non la somma di piccoli, inutili e costosi programmi di ‘crescita nazionale’, bensì un Piano europeo di sviluppo, basato su massicci investimenti nella società della conoscenza, nei settori in cui si gioca la nostra capacità competitiva nei confronti dei giganti mondiali.

Il ‘governo europeo’ ed il ‘Piano di sviluppo’ sono, dunque, due cose strettamente connesse, come la ‘pace e il pane’. A realizzare un Piano economico di sviluppo non può, infatti, che essere un ‘governo’.

Ne deriva che chiedere un “Piano europeo straordinario per uno sviluppo sostenibile e per l’occupazione”, come i movimenti federalisti, europeisti e della società civile chiedono attivando l’Iniziativa dei cittadini europei (I.C.E.), significa in realtà chiedere anche un “governo europeo” per realizzare il Piano.

Un Governo europeo per lo sviluppo è, dunque, ciò di cui ha bisogno l’Europa per uscire dalla crisi economica e sociale, battere i movimenti nazionalisti ed anti-europei, aprire la via ad una riforma delle istituzioni europee in senso federale e portare così a compimento il processo di unità politica degli Europei.

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P.S.

Fonte immagine Flickr

Note

[1“Per il pane e per la pace”, Scritto il 14 (27) dicembre 1917. Pubblicato per la prima volta in tedesco nella Jugend-Internationale, n.11, maggio 1918.

Tuoi commenti

  • su 1 aprile 2014 a 11:24, di Jean-Luc Lefèvre In risposta a: Un governo europeo per lo sviluppo

    Un gouvernement européen, sans doute, tous en sont convaincus! Ce que j’apprécie ici, c’est la proposition d’un «Plan de développement», nouveau plan Marshall par et pour les Européens, en lieu et place de ces rustines nationales («Plans de croissance») sans vision globale, sans cohérence, toujours «trop petits, inutiles et coûteux».

    Mais faut-il nécessairement attendre la mise en place d’un gouvernement européen , comme le pense Antonio LONGO? Je ne le crois pas. Les instruments d’une politique commune de relance existent déjà...si la lucidité des instances européennes permet l’émergence d’une volonté politique enfin commune.

    Après tout, MONNET et SCHUMANN n’ont pas attendu les traités de Rome pour mettre en place la C.E.C.A. qui est devenue quelques années plus tard le moteur de la construction de nouvelles institutions. Ce qui comptait, et compte toujours, c’était la dynamique!

  • su 3 aprile 2014 a 17:18, di Antonio Longo In risposta a: Un governo europeo per lo sviluppo

    Sono d’accordo, Signor Lefèvre, non c’è bisogno di attendere il ’governo europeo’ perchè - come ho scritto - chiedere un «Piano europeo di sviluppo» vuol dire, in realtà, chiedere anche un ’governo europeo’.

    <<Il ‘governo europeo’ ed il ‘Piano di sviluppo’ sono, dunque, due cose strettamente connesse, come la ‘pace e il pane’. A realizzare un Piano economico di sviluppo non può, infatti, che essere un ‘governo’. Ne deriva che chiedere un “Piano europeo straordinario per uno sviluppo sostenibile e per l’occupazione”, come i movimenti federalisti, europeisti e della società civile chiedono attivando l’Iniziativa dei cittadini europei (I.C.E.), significa in realtà chiedere anche un “governo europeo” per realizzare il Piano.>>

    In sostanza sarà la dinamica messa in moto dal Piano europeo che potrà portarci al governo europeo.

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