Tradizioni millenarie, miti storiografici, eroi nazionali. Cos’hanno in comune questi elementi? Spesso sono fabbricati molto più recentemente di quanto si pensi. Un esempio? Il kilt scozzese non ha origine antichissima, come molti pensano, ma è stato accuratamente inserito nella tradizione dall’industria tessile di inizio ‘800.
Le tradizioni, gli usi e i costumi, però, non sono le uniche cose che vengono fabbricate con l’intenzione di orientare l’immaginario collettivo. Moltissimi conflitti e nazionalismi, infatti, vengono alimentati da miti storiografici che descrivono fatti omettendo una buona parte della vicenda, o, addirittura, fabbricando eventi mai esistiti. Un caso concreto? Il mito risorgimentale italiano che vede Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Cavour alleati per l’unificazione d’Italia, con tanto di copertina dedicata su un numero della Domenica del Corriere del 1961, è in gran parte inventato; e non potrebbe essere altrimenti: Mazzini e Garibaldi avevano un’idea repubblicana dello stato italiano, mentre Cavour e VE II volevano mantenere la monarchia costituzionale del Regno di Sardegna. Inoltre, la Spedizione dei Mille, altro elemento spesso esaltato nella narrazione patriottica, non fu un atto autorizzato dal regno sabaudo, il quale, addirittura, ne temeva le conseguenze. Ciò evidenzia che un’alleanza spesso pubblicizzata e romanzata come salda e indissolubile, è di fatto un’unione fragile e piena di sospetto tra i suoi membri.
Dinamiche simili non sono rare anche nei conflitti odierni. Per quanto riguarda il caso russo-ucraino, ad esempio, ci sono molteplici narrazioni che hanno portato al conflitto. Primo tra tutti il Russkij Mir (letteralmente “Mondo Russo”), un mito diffuso e promosso dalle istituzioni russe fin dall’inizio di questo secolo: esso sostiene che le comunità russe, bielorusse e ucraine abbiano tradizioni culturali, linguistiche e religiose comuni e che, pertanto, debbano essere unite sotto un unico potere (quello russo). È evidente che un mito di questo genere può offrire una legittimazione ad un attacco nei confronti dell’Ucraina (attacco effettivamente avvenuto in larga scala quasi 20 anni dopo).
Questo significa che è tutto falso? In realtà no: è vero che le origini dei tre popoli sono comuni (soprattutto per quanto riguarda lingua e religione) e esiste un legame più stretto nella “Novorossjia” (termine usato per indicare le zone meridionali dell’ex Impero Russo), dove esiste una comunità “piccolo-russa” più vicina alla tradizione moscovita. Ciò però deriva da un divieto dell’impero russo, di quasi 200 anni fa, di usare la lingua ucraina, formalizzata da Ševčenko qualche decennio prima. La stessa cosa non si può dire della parte occidentale del Paese dove, grazie ad una maggiore libertà linguistica concessa dall’Impero Asburgico di cui era parte, si è radicata maggiormente la lingua e la cultura nazionale ucraina. A questo si aggiunge la differenza di integrazione durante il regime sovietico che, solo in alcune aree, ha instillato un senso di appartenenza che, in parte, oggi permane.
Attenzione però: anche il lato ucraino sta facendo uso di miti simili. Un esempio è quello dei cosacchi di Zaporižžja: una società militare nata nel territorio corrispondente all’attuale Ucraina tra ‘500 e ‘600 e formata da contadini in fuga, mercanti e avventurieri con un modello di governo molto progressista per l’epoca. La contrapposizione di allora tra la relativa libertà della società cosacca e il modello di spiccato feudalismo moscovita, viene oggi riutilizzata dal popolo ucraino come base della retorica Ucraina-libertà opposta rispetto all’imperialismo russo. La storia è vera, ma solo in parte: i cosacchi erano di fatto una società gerarchizzata estremamente lontana dalla “libertà” che intendiamo con il significato moderno del termine (seppur molto avanzata per l’epoca). Da questa società nasce anche un altro punto di disaccordo tra le due culture: la figura di Chmel’nyc’kyj, eroe nazionale ucraino che guidò la rivolta contro il dominio polacco-lituano, viene visto dalle due culture (russa e ucraina) in modo quasi opposto a causa di una differente interpretazione dell’alleanza, che nel 1654, Chmel’nyc’kyj strinse con lo zar. Per i russi si tratta di una riunificazione volontaria e definitiva, mentre per gli ucraini, la successiva annessione del territorio dell’odierna Ucraina all’impero russo viene vista come un tradimento della stessa alleanza.
Questo non vuol dire che la retorica russa sia accettabile, ma sorge una domanda: perché ci scandalizziamo di fronte ai miti nazionali russi, mentre sembriamo accettare, anche solo in parte, quelli ucraini? È fuori discussione il fatto che l’aggressione russa sia da condannare fermamente, ma proprio per questo perché far uso di miti nazionalistici ucraini per legittimare gli aiuti che si stanno inviando? L’Ucraina non si sta semplicemente difendendo? Non basta questo per giustificare gli sforzi europei? In parte sì, ma è comunque preferibile accettare come legittimo il processo di nation-building ucraino piuttosto che la narrazione imperialista russa. Non solo perché, oggettivamente, l’Ucraina sta difendendo la propria libertà “applicando” i principi che l’UE vuole esportare e perché c’è veramente un rafforzamento del sentimento nazionale (il quale parte dal basso e non è calato dall’alto come sta tentando di fare il governo russo), ma anche perché è molto conveniente considerare l’Ucraina separata dalla sfera russa, e quindi europea a modo suo, attribuendole il ruolo di Paese “di frontiera”, così da poterla trasformare in una sorta di “baluardo d’Europa” che si fa forza come difensore contro il pericolo russo. L’Ucraina diventerebbe quindi (se non lo è già) “una porta” d’Europa per usare le parole di Plokhy.
In quest’ottica, si comprende l’utilità di fare questo “gioco” con i miti ucraini. Tuttavia trasformare l’Ucraina in un “baluardo d‘Europa” non è necessariamente un metodo valido. Il concetto di “difesa dall’esterno”, infatti, viene utilizzato anche da governi meno democratici per legittimare la propria avversità verso le minoranze interne o gli immigrati: l’idea di doversi difendere, che sia da un attacco esterno o dal “diverso”, è pericolosa in quanto la moralità dipende anche dall’idea di chi sta compiendo questa difesa. Ciò significa che il metodo non è garanzia di democratizzazione; anzi, se guardiamo la vicenda dal lato russo, potrebbe sembrare che stiamo facendo esattamente le stesse cose di cui accusiamo il governo di Putin e in parte sarebbe vero.
Inoltre, è da valutare anche il fatto che per chiunque sarebbe piuttosto facile confutare questa retorica dato che le informazioni necessarie per smantellarla (Novorossjia, Cosacchi e Chmel’nyc’kyj) sono di dominio pubblico. Certo, si potrebbe contestare che si stanno selezionando delle informazioni, ma chi avrebbe l’autorità morale per farlo? Esiste veramente qualcuno a cui possiamo dare il potere di selezionare le informazioni per la gente? E se esiste non vorrebbe dire che sta condizionando il pensiero critico delle stesse persone a cui l’anno prossimo chiederemo di votare per un governo che potrà decidere se continuare a mandare aiuti all’Ucraina? Non si dovrebbe tentare di mettere tutti sullo stesso piano, dando a ognuno tutte le informazioni disponibili proprio per evitare che qualcuno possa approfittare di qualche lacuna per esercitare la propria influenza?
Resta un ultimo fatto da considerare: il conflitto che stiamo vedendo oggi è frutto proprio dei miti storiografici creati più di un secolo fa; quindi che effetto potrebbero avere tra 100 anni i miti che stiamo sfruttando adesso? Questa operazione non rischia di alimentare proprio i conflitti nazionalistici che stiamo tentando di sopprimere? Ci dovremmo sforzare per presentare il conflitto per quello che è: un atto di difesa ucraina. Solo così eviteremo di minare, in un futuro non così lontano, sia la credibilità, sia la pace dell’Europa.
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